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Marine Life

Gli habitat marini

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Gli habitat marini sono definibili come ambienti le cui caratteristiche abiotiche -chimiche e fisiche- permettono la presenza e lo sviluppo di un determinato gruppo di organismi vegetali e animali (le componenti biotiche dell’ecosistema marino).

Tradizionalmente l’ambiente marino è suddiviso in dominio bentonico, quello caratterizzato da organismi che direttamente o indirettamente sono legati ai fondali, e dominio pelagico, che include invece le acque libere popolate da organismi che conducono una vita non vincolata in maniera esclusiva al fondale.

Quello marino è il più grande ecosistema del pianeta. Per via delle sue dimensioni e della sua complessità, studiarlo nel suo insieme risulta complicato; per ovviare a tale difficoltà, viene diviso in zone più piccole e per questo più facilmente analizzabili.

Scopriamo insieme quali sono questi habitat marini e quali sono le componenti che maggiormente li contraddistinguono.

Le zone tropicali

Le scogliere coralline

Sebbene occupino solo lo 0,2% dell’intero ambiente marino, le scogliere coralline sono l’ecosistema con più alto tasso di biodiversità e ospitano un terzo di tutte le specie marine conosciute. Sono formate da madrepore e si trovano prevalentemente tra le linee dei tropici e a profondità maggiori; questo perché le madrepore amano le acque calde.

L’elemento base dei reef corallini è il polipo del corallo, formato da una parte molle, il polipo vero e proprio, e una dura, ovvero un involucro di corallite che, unendosi agli altri, crea colonie di corallo capaci di raggiungere dimensioni eccezionali.

Le foreste di mangrovie

Le mangrovie sono alberi e arbusti legnosi con una fitta rete di radici, in parte esposte, che partono dai rami della pianta e scendono nel sedimento e nell’acqua. In tutto il mondo se ne contano oltre 50 specie. Crescono in zone dove l’azione delle onde è minima o nulla, ad esempio nelle lagune, negli estuari e sui lati più riparati di isole e atolli. Prediligono le acque calde, infatti le più rigogliose si trovano in Indonesia e Malesia e in generale nelle zone tropicali e subtropicali. Sono l’habitat di molte specie di scogliera corallina e di mare aperto, incluse qualche specie di squalo.

Le zone temperate

Le scogliere temperate

Le scogliere rocciose sono un habitat caratterizzato da un alto livello di biodiverstità poiché sono molti gli organismi marini, animali e vegetali, che necessitano di un substrato duro su cui fissarsi per crescere. Si possono trovare sia sopra che sotto il pelo dell’acqua, anche se è sotto che il livello di biodiversità cresce.

Un habitat fondamentale che si sviluppa sulle scogliere è il coralligeno. Ha origine grazie alla produzione di carbonato di calcio da parte di organismi sia animali che vegetali, come le alghe rosse, il madreporario giallo e le margherite di mare. Dopo la morte degli organismi, i loro scheletri calcarei si fossilizzano sulla roccia, creando uno strato che funge da punto di adesione per gli organismi sessili (quelli fissi) e da rifugio per quelli vagili (quelli che si muovono).

Le foreste di kelp

Le kelp sono alghe brune di grandi dimensioni che possono raggiungere fino a 50 metri di lunghezza. Le foreste di kelp sono tra gli habitat marini più vivaci e produttivi e si sviluppano in tutte le zone costiere degli oceani temperati e polari. Per crescere necessitano di un’acqua dalla bassa temperatura, di fondali duri a cui fissarsi e di un alto apporto di nutrienti. Si trovano solo nei primi metri di acqua dove la luce penetra maggiormente; infatti la loro attività fotosintetica è molto elevata.

La loro particolare e articolata struttura crea un habitat ideale per molte creature, animali e vegetali, e indebolisce le correnti e gli effetti delle tempeste, limitando l’erosione costiera.

Le praterie di Posidonia

La Posidonia è una pianta acquatica il cui nome deriva da Poseidone, il dio greco del mare. La varietà oceanica rappresenta l’ecosistema marini più importante del Mediterraneo. Un metro quadro di prateria produce fino a 20 litri di ossigeno al giorno e per questo il suo ruolo è fondamentale per la sopravvivenza dell’intero Mar Mediterraneo.

La Posidonia oceanica è composta dalle radici, che la ancorano al fondo, da un fusto rizomatoso e da foglie nastriformi lunghe fino ad un metro e unite in ciuffi di 6-7. Le sue distese offrono riparo a moltissimi organismi che nella prateria trovano nutrimento e protezione; inoltre esercitano una notevole azione nella protezione della linea di costa dall’erosione.

Le zone artiche

L’Oceano Artico e quello Antartico, nonostante le condizioni estremi e spesso ostili, sono estremamente ricchi di vita. Le loro acque sono abitate soprattutto da microrganismi planctonici, sia animali che vegetali. Tra gli organismi animali troviamo il krill, crostacei di pochissimi centimetri fonte di cibo fondamentale per mammiferi marini e pesci; questi ultimi hanno sviluppato delle particolari caratteristiche per adattarsi a temperature dell’acqua inferiori ai 0 °C.

Un habitat particolare che si forma nei mari polari ma che, nell’emisfero settentrionale, può anche essere osservato a latitudini più basse (Mar Baltico, Golfo di San Lorenzo e fiordi scandinavi), è la banchina di ghiaccio. Diversi organismi, sia vegetali che animali, vivono all’interno o associati alla banchina di ghiaccio. Molti di essi, come batteri e microalghe, sono incorporati nel ghiaccio fin dalla sua formazione.

All’interno delle banchine si formano canali e sacche salmastre che fungono da zona di caccia, crescita e rifugio per molti microrganismi animali, alcuni dei quali compiono l’intero ciclo vitale nell’ambito della banchina stessa. Alcuni crostacei e altri organismi anche di diversi centimetri, invece, vivono nell’interfaccia tra il ghiaccio e il mare. La loro presenza attira altre specie che popolano la colonna d’acqua sottostante, come il merluzzo polare, a sua volta alimento fondamentale per mammiferi e uccelli marini.

Leggi anche Le minacce all’ecosistema marino

Fonte Ocean Guardian-SeaTizen

Marine Life

L’origine degli oceani

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Quale è l’origine degli oceani? Da dove proviene l’acqua di cui sono composti? Sono domande a cui geologi, fisici e astronomi cercano di dare risposte da sempre.

Gli oceani ricoprono circa i due terzi della superficie terrestre, pari a 360 milioni di chilometri quadrati, e contengono circa il 97% di tutta l’acqua presente sul nostro pianeta. Secondo uno studio del Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente, gli oceani ospitano più dell’80% di tutte le forme di vita presenti sulla terra. Ad oggi si pensa che solo un terzo di tutte le specie marine esistenti sia stato scoperto e che le stesse potrebbero superare il milione e mezzo.

Diverse sono le teorie volte a spiegare l’origine degli oceani e dei mari; gli studi portati avanti per trovare una risposta definitiva sono tanti, incessanti e spesso in contrasto tra di loro. Vediamo insieme quali sono per ora le teorie più accreditate.

Le tre teorie sull’origine degli oceani

L’origine degli oceani risale a miliardi di anni fa ed è di poco successiva alla formazione del Terra. Una teoria molto accreditata sostiene che ci sia un nesso tra il graduale raffreddamento del pianeta e la nascita degli oceani. Secondo questa teoria, la Terra originariamente era avvolta da vapori e gas incandescenti (vapor acqueo, anidride carbonica e azoto) rilasciati dai vulcani e dalla crosta terrestre. Con il passare del tempo, un lento e progressivo raffreddamento del pianeta causò la condensazione del vapore, il quale, trasformandosi in acqua, precipitò sul suolo insieme all’anidride carbonica, dando origine ai primi mari.

Studi più recenti hanno invece ipotizzato che parte dell’acqua presente sulla Terra sia stata generata, 4 miliardi di anni fa, dall’impatto con asteroidi, comete o altri corpi celesti ghiacciati. La teoria di un bombardamento cometario trova supporto nel fatto che le comete avrebbero nuclei ricchi di acqua allo stato solido e nel fatto che il rapporto isotopico tra idrogeno e deuterio delle acque marine coinciderebbe con quello dell’acqua presente nelle comete e su alcuni asteroidi.

Tuttavia, molti studiosi dissentono con questa teoria, poiché sarebbe stato dimostrato che l’acqua contenuta nelle comete non ha caratteristiche simili a quelle dei nostri oceani. Altri studiosi affermano anche che la presenza di acqua allo stato solido su comete e asteroidi non sia affatto scontata e, qualora ci fosse, sarebbe in una quantità talmente irrisoria da sconfessare la teoria di un bombardamento cometario alla base dell’origine degli oceani.

L’ultima teoria ipotizza che l’acqua, inizialmente, fosse già contenuta in alcuni tipi di rocce costituite da particolari composti (silicati idrati). Nel giro di circa un miliardo di anni, tali composti avrebbero iniziato a rilasciare acqua dando origine ad una sorta di oceano primordiale. Ma se l’acqua ebbe origine sulla superficie del pianeta già durante la sua formazione, è possibile non solo ipotizzare che la vita sia comparsa molto prima di quel che si è sempre pensato, ma anche che altri pianeti rocciosi abbiano visto, nel corso della loro storia, la presenza di oceani sulla loro superficie. Comunque, anche accettando questa ipotesi, non è da escludere che altra acqua sia arrivata sulla Terra dalle comete o da asteroidi in tempi successivi.

Le prime forme di vita

A prescindere da quale sia la teoria esatta sull’origine degli oceani, è idea diffusa che proprio in queste primissime masse nacquero le prime forme di vita. Si suppone che le prime molecole, formate da atomi di carbonio uniti ad altri elementi come idrogeno, ossigeno e azoto, si siano formate nel cosiddetto brodo primordiale, una miscela acquosa di sali inorganici e vari composti chimici semplici a base di carbonio, idrogeno, ossigeno e azoto, sia di natura organica che inorganica. In questa miscela, gli apporti di energia dall’esterno (gli ultravioletti solari, i fulmini ecc.) avrebbero portato alla sintesi di una quantità di piccole molecole organiche che si sarebbero poi accumulate nell’oceano dando vita elle prime cellule.

Il biochimico statunitense Stanley Miller, alla fine degli anni ’50, condusse un esperimento che confermò questa teoria. Lo studio dimostrò che una serie di scariche elettriche protratte per alcuni giorni e scaricate in un ambiente contente idrogeno, metano, vapore acqueo e ammoniaca, sono in grado d’innescare reazioni chimiche il cui risultato genera composti organici fondamentali. La stessa cosa è possibile sia avvenuta nell’atmosfera primordiale, ricca appunto di metano, ammoniaca, idrogeno: sottoposti all’azione di scariche elettriche atmosferiche (fulmini) e alle radiazioni solari, i gas dell’atmosfera primordiale avrebbero originato le prime biomolecole all’interno del brodo primordiale. Queste si sarebbero poi aggregate spontaneamente in forme più complesse in grado di replicarsi, dando così origine alle prime forme di vita.