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Healthy Seas: stop alla pesca fantasma!

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L’iniziativa Healthy Seas, frutto della collaborazione tra un’organizzazione non governativa e alcune aziende, ha come scopo la pulizia dei mari attraverso la rimozione dei rifiuti, in particolar modo delle reti da pesca abbandonate, responsabili della morte di moltissime creature marine. È il cosiddetto fenomeno della “pesca fantasma”, che consiste nell’abbandono o nella perdita involontaria in mare di attrezzature da pesca. Si stima che ogni anno circa 640.000 tonnellate di attrezzi da pesca vengano abbandonate nell’oceano, causando la morte di milioni di animali, tra cui balene, foche, delfini, tartarughe e uccelli marini.

Grazie all’aiuto di sub tecnici, Healthy Seas raccoglie le reti disperse in mare e si assicura che le stesse, insieme ad altri rifiuti di nylon, vengono riciclate e utilizzate nella creazione del filato ECONYL®, una materia prima di alta qualità usata per creare prodotti come calze, costumi da bagno o tappeti.

Fondata nel 2013, ad oggi Healthy Seas lavora in collaborazione con 100 subacquei volontari, pescatori, società di salvataggio ed allevamenti ittici. Le aree di azione europee sono tre: Mare del Nord, Mare Adriatico e Mar Mediterraneo, tutte zone con un alto tasso di biodiversità, di turismo e di pesca, ma caratterizzate anche dalla presenza di relitti, luoghi in cui le reti da pesca tendono ad accumularsi. Healthy Seas ha scelto queste tre regioni anche perché rappresentative delle condizioni geografiche ed ecologiche di altri mari europei e, per questo, utili nella raccolta di informazioni ed esperienze da investire in progetti futuri.

Il 22 settembre 2019, l’iniziativa Healthy Seas ha vinto il premio Circular Economy ai Green Carpet Fashion Awards, nella serata conclusiva della settimana della moda di Milano al Teatro alla Scala.

Scopriamo di più su questa iniziativa attraverso alcune domande che noi di DiveCircle abbiamo posto agli amici di Healthy Seas:

Perché è importante mettere fine alla pesca fantasma?

<<Uno degli impatti più orribili della pesca fantasma è chiamato il “ciclo della morte”. Pesci e animali marini restano intrappolati nelle reti fantasma, attirando animali più grandi che vogliono nutrirsi di loro e che, a loro volta, rimangono intrappolati nelle reti fantasma, continuando il ciclo. Inoltre, la maggior parte delle reti da pesca è realizzate in plastica che non si decompone, rimane per sempre nel mare e lentamente rilascia minuscole particelle, chiamate microplastiche, che finiscono nello stomaco dei pesci e infine nei nostri>>.

Quali sono le maggiori difficoltà a cui andate incontro nel rimuovere l’attrezzatura da pesca dai mari?

<<Una volta che i pescatori perdono le loro reti nel mare, l’unico modo per rimuoverle è quello di ricorrere all’aiuto di subacquei tecnici, altamente qualificati e addestrati a svolgere questo pericoloso lavoro. Condizioni meteorologiche imprevedibili, scarsa visibilità, acque profonde, spese per il riempimento dei serbatoi di gas, per i viaggi e per il noleggio delle barche, sono alcune delle sfide che ci troviamo ad affrontare. Inoltre, il quadro normativo differisce in ogni paese, quindi per una iniziativa come Healthy Seas, che opera a livello internazionale, anche questo è un ostacolo. I subacquei sono ben addestrati, obbediscono a un protocollo rigoroso e operano in gruppo per svolgere il proprio lavoro in sicurezza e con successo. Le altre difficoltà sopra descritte vengono superate grazie alla preparazione, all’organizzazione e all’aiuto di partner locali affidabili>>.

È possibile ripulire gli oceani da tutta la plastica? E se sì, come?

<<Si stima che dal 1950 siano stati prodotti 8,3 miliardi di tonnellate di plastica. Di questi, solo il 9% è stato riciclato e il 12% è stato incenerito. Il resto è stato scaricato nelle discariche o nell’ambiente naturale. La soluzione a questo enorme problema ambientale sta nella prevenzione e nell’evitare che la plastica finisca nei mari e negli oceani. Le azioni messe in atto fino ad ora non sono sufficienti a risolvere un problema di tale portata, per questo Healthy Seas lavora incessantemente per coinvolgere il settore della pesca, nel tentativo di trovare una soluzione a monte e impedire che le reti da pesca vengano abbandonate negli ecosistemi marini>>.

Come scegliete dove intervenire?

<<Nella maggior parte dei casi, i pescatori e i subacquei ci segnalano dove si trovano le reti fantasma; noi cerchiamo di dare priorità alle aree marine dal forte valore ecologico. Il trasporto delle reti è spesso una sfida logistica e teniamo in grande considerazione l’impatto ambientale delle nostre operazioni>>.

Cosa non funziona nell’affrontare questo problema e cosa potrebbe essere migliorato in futuro?

<<Sebbene abbiamo accolto con favore il divieto dell’UE per le materie plastiche monouso, un numero significativo di reti da pesca in disuso non viene raccolto per il trattamento. Queste, insieme ai prodotti in plastica usa e getta, rappresentano un grave rischio per gli ecosistemi marini, la biodiversità e la salute umana. Gli Stati membri potrebbero inasprire le norme per garantire la raccolta e la gestione dei rifiuti. Speriamo che la nuova Commissione che opera nell’area delle priorità del Green Deal europeo agisca in questa direzione>>.

Se vuoi sapere di più su Healthy Seas e sulle attività che conduce, visita il loro sito web.

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Le minacce all’ecosistema marino

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Al giorno d’oggi, le minacce all’ecosistema marino sono in continuo aumento. E’ possibile suddividerle in due macroaree: le minacce di origine naturale e quelle di origine antropica.

Nella prima area rientrano tutti quei fenomeni naturali che da millenni colpiscono gli ambienti marini, solitamente in aree limitate, e nei confronti dei quali la natura ha sviluppato forme di protezione e una grande capacità di rigenerazione. Ne sono un esempio gli uragani, gli tsunami e le eruzioni vulcaniche.

Le minacce di origine antropica, ovvero quelle derivanti dall’azione dell’uomo, sono iniziate all’incirca due secoli fa e, oggi più che mai, hanno subito una moltiplicazione e un’accelerazione senza precedenti. Inoltre alcune di queste minacce, diversamente da quelle naturali, non si limitano a colpire piccole parti di ecosistemi marini, ma investono contemporaneamente vastissime aree di mare, se non tutte, come nel caso delle conseguenze dovute ai cambiamenti climatici.

Minacce all’ecosistema marino di origine naturale

Questo genere di minacce colpisce gli ecosistemi marini da sempre. Per difesa, gli stessi ecosistemi hanno sviluppato una forte capacità di rigenerazione, anche grazie all’aiuto delle zone limitrofe non colpite dal cataclisma. Purtroppo però, a causa dei vari interventi dell’uomo e dei cambiamenti climatici, le calamità naturali sono diventate sempre più frequenti e sempre più devastanti, ostacolando così questo processo di auto-rigenerazione degli ecosistemi marini.

Ma a cosa ci riferiamo nello specifico quando parliamo di minacce all’ecosistema marino di origine naturale? Scopriamolo insieme.

  • Cicloni: detti anche uragani o tifoni, sono violenti moti rotatori di masse di aria che si combinano al movimento della terra. Sono accompagnati da forti venti e da pioggia e sono causati da un insieme di fenomeni atmosferici, tra cui l’innalzamento delle temperature. Questi vortici di aria, il cui diametro può raggiungere anche un centinaio di km, possono causare danni agli organismi che vivono nei primi metri della colonna d’acqua. Inoltre, i forti venti alzano sabbia e sedimenti che poi ricadono in mare dove intorbidiscono l’acqua, compromettendo l’attività fotosintetica dei vegetali, e poi si depositano sul fondo rischiando di soffocare gli organismi che lo popolano.
  • Maremoti: conosciuti anche come tsunami, sono causati da dissesti del fondo oceanico dovuti a terremoti, eruzioni o frane. Questi movimenti provocano uno sprofondamene di una parte di crosta terrestre e l’innalzamento di un’altra che generano uno spostamento della superficie dell’acqua verso l’alto. A causa della forza di gravità questa grande massa d’acqua ritornerà velocemente verso il basso, producendo onde alte fino a 10 metri, che si muovono anche a 500/1000 km orari, e che si abbattono con violenza sulla costa, distruggendo tutto quello che trovano.
  • Alluvioni: diventano un pericolo per l’ambiente marino quando avvengono in prossimità della costa e le acque che esondano dai fiumi o torrenti si riversano in mare. L’acqua che esonda dai corsi d’acqua porta con sé sedimenti, detriti e rifiuti che raggiungono il mare, causandone l’intorbidimento delle acque, per poi depositarsi sul fondo. Inoltre, le acque che si riversano in mare sono dolci e abbassano repentinamente la salinità del tratto di costa coinvolto, creando problemi di sopravvivenza agli organismi che poco tollerano le variazioni di salinità. Dipendono da azioni dell’uomo (costruzioni di argini troppo stretti, scarsa pulizia dei corsi d’acqua, etc.) e da i cambiamenti climatici che stanno causando eventi meteorologici sempre più estremi.

Minacce di origine antropica

Oltre ad aggravare le calamità naturali, alcune azioni dell’uomo possono avere conseguenze negative, dirette o indirette, sugli ecosistemi marini. Ecco di seguito, le maggiori minacce all’ecosistema marino di origine antropica.

  • Cambiamenti climatici: questi cambiamenti alterano gli ecosistemi marini molto più rapidamente di quelli terrestri. L’aumento delle temperature causa lo scioglimento dei ghiacci, l’innalzamento dei mari e un incremento degli eventi estremi. Altra conseguenza è la migrazione di specie verso latitudini più alte, alla ricerca di acque più fresche, con possibili estinzioni locali in quelle aree dove l’espansione verso latitudini maggiori è limitata dalla presenza di barriere fisiche. Inoltre, l’assorbimento da parte dell’oceano di circa metà delle emissioni di anidride carbonica di origine antropica, sta causando una diminuzione del pH medio delle acque superficiali. Questa acidificazione ha effetti diretti sul metabolismo degli organismi. Altra conseguenza dei cambiamenti climatici è l‘abbassamento dei livelli di ossigeno nei mari, con un conseguente aumento di stress per gli organismi ed eventuale morte per ipossia.
  • Inquinamento: tra le minacce per l’ambiente marino, l’inquinamento rappresenta ancora una delle più significative. Le fonti di inquinamento si possono dividere in tre categorie: le immissioni costiere (ad esempio scarichi di liquami o rifiuti industriali), la deposizione atmosferica (tutte le sostanze inquinanti rilasciate in aria e portate in mare dalle piogge) e le fonti offshore (l’inquinamento causato dalle navi, dall’estrazione di petrolio e di risorse minerarie).
  • Eutrofizzazione: è causata dal rilascio in acqua di nutrienti che provengono dai fertilizzanti usati in agricoltura e negli allevamenti. Un’elevata concentrazione di nutrienti in mare può provocare a una crescita eccessiva di fitoplancton (plancton vegetale) che porta ad un rapido esaurimento dei nutrienti, causando la morte stessa degli individui. Il processo di decomposizione di questi organismi esaurisce velocemente i livelli di ossigeno, provocando situazioni di ipossia che può portare alla morte di molti organismi.
  • Le specie invasive: si tratta dell’introduzione in determinate aree di specie invasive. Questo processo può essere involontario (attraverso le acque di sentina delle navi mercantili) o volontario (per allevamenti ittici). La conseguenza è che le specie invasive, trovandosi in un nuovo habitat, dove spesso non hanno predatori naturali, riescono a competere meglio rispetto alle specie locali, provocando grandi squilibri alla biodiversità.
  • La pesca: in molte parti del mondo si registra uno sovrasfruttamento delle risorse ittiche, cioè la quantità di individui pescati supera quella degli organismi abili alla riproduzione. Questo soprattutto da quando la pesca artigianale ha lasciato il posto a nuove tecniche. Il dragaggio e la pesca a strascico, ad esempio, per l’alta frequenza con cui vengono praticate e per il principio su cui si basano (ovvero la rimozione di tutto ciò che si trova sul fondo lungo il tratto battuto), possono provocare danni estesi agli habitat marini. Uno di questi è il cosiddetto fenomeno del bycatch, ossia la cattura accidentale di specie non commerciali, come tartarughe, foche, delfini e squali e uccelli marini. Un altro fenomeno dannoso è la pesca fantasma, cioè l’abbandono o la perdita in mare di attrezzature da pesca in cui continuano a rimanere intrappolati animali che, inevitabilmente, finiranno col morire. A tutto ciò si aggiunge il problema della pesca illegale, come quella degli squali nell’Oceano Indiano per la rimozione e la vendita delle pinne. Tutte queste attività provocano danni irreparabili e cambiamenti della distribuzione e dell’abbondanza degli organismi, causando gravi perdite nella diversità biologica.

Fonte Ocean Guardian-Seatizen